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            [title] => In arrivo il “2nd Vanotti Sicily Tour”, in collaborazione con Mediterranea Trekking
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Dal 12 al 17 settembre il Vanotti Cycle Camp approda in Sicilia.

Ideato da Alessandro Vanotti, noto ex ciclista su strada protagonista di ottimi piazzamenti in diverse edizioni del Giro d’Italia e compagno di squadra di Vincenzo Nibali tra il 2013 e il 2016 con cui ha militato nell’Astana, il Second Vanotti Cycle Camp sarà organizzato in collaborazione con Mediterranea Trekking.


I “Camp” sono un’occasione unica per vivere l’esperienza del ritiro di un team professionistico su strada senza rinunciare a momenti di svago.

Un’opportunità per incontrare esperti e specialisti (preparatori atletici, nutrizionisti, etc…) e nello stesso tempo incontrare nuovi amici appassionati di questo sport con cui condividere le pedalate godendosi la vacanza.
700 km da percorrere in bici da corsa in 6 giorni: un’indimenticabile esperienza che toccherà alcuni dei luoghi più evocativi ed incontaminati della Sicilia.


Si partirà da Catania alla volta di Siracusa per ammirare le antiche vestigia greche della città e l’intensa luce di Ortigia. Dopo aver attraversato la suggestiva area naturalistica di Vendicari ed il borgo arabo di Marzamemi ci si immergerà nello splendido barocco del Val di Noto. Da qui si risalirà la costa occidentale verso Licata per poi addentrarsi nel paesaggio rurale e bucolico dell’entroterra siciliano diretti verso il pittoresco borgo di Cefalù sulla costa tirrenica. Pedalando lungo la costa nord-orientale, tra il mare e le affascinanti ed imponenti catene dei monti Nebrodi e dei Peloritani, si raggiungerà Messina, tappa finale dell’itinerario.

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Oltre 15.000 visitatori in soli due giorni e code fino a 50 minuti per entrare: numeri record per la prima edizione della Fiera del Cicloturismo, l’evento organizzato lo scorso 12 e 13 marzo da Bikenomist in collaborazione con RM Ideas Factory ed Estro Comunicazione, che ha radunato a Milano un grande numero di appassionati delle due ruote in cerca di ispirazione e nuove idee per i prossimi viaggi.

Negli spazi della Fabbrica del Vapore, affascinante esempio di archeologia industriale, si sono dati appuntamento per promuovere le destinazioni oltre 50 espositori tra tour operator ed enti nazionali ed internazionali, con una sorprendente partecipazione delle regioni del sud Italia, tra cui spiccano la Sicilia e la Basilicata tra i main sponsor.

Una serie di incontri, i “talk”, pensati per un dialogo diretto con il pubblico, hanno animato la manifestazione ed entusiasmato i visitatori attraverso le esperienze, i percorsi e le destinazioni raccontati da autorevoli speaker, tra cui anche campioni ed ex ciclisti professionisti del calibro di Gianni Bugno e Marco Aurelio Fontana.

Mediterranea Trekking, che ha fortemente creduto nel progetto sin dalle prime fasi, ha partecipato alla fiera presentando ad un pubblico appassionato e attento la propria offerta di bike tour, organizzati con il supporto di Gravel in Sicily e Mediterranea Bike, le società create per il noleggio di bici gravel e mountain bike. Dagli insoliti itinerari lungo la maestosa catena dei Peloritani al tour della Sicilia sud-orientale tra splendidi capolavori barocchi, dalle impegnative ed emozionanti salite verso la vetta del più alto vulcano attivo d’Europa ai suggestivi tramonti sulla via del sale da Trapani a Marsala: sono solo alcuni tra i tanti ed affascinanti tour in bici proposti da Mediterranea Trekking.

 

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Tra i cicloturisti più attivi d’Europa, i tedeschi amano pedalare. E l’Italia si conferma sempre più tra le mete predilette per i loro viaggi in bici.

Secondo il rapporto ADFC Bicycle Travel Analysis 2022 elaborato da ADFC-Allgemeiner Deutscher Fahrrad-Club, l’equivalente di FIAB-Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta in Germania, l’Italia si colloca, infatti, al secondo posto tra le destinazioni preferite dai tedeschi che fanno le vacanze in bicicletta all’estero. Sono stati quasi 300.000 i cicloturisti tedeschi che nel 2021 hanno scelto le ciclovie nel nostro paese, il 33% del numero totale di chi ha deciso di varcare i confini nazionali. Subito dietro all’Austria, che ha avuto il 36% di preferenze e davanti di misura alla Francia che si attesta al terzo posto con il 14%, ai Paesi Bassi con l’11,2% e alla Svizzera con l’11,1%, l’Italia è tra le protagoniste assolute grazie a un patrimonio culturale e naturalistico ritenuto ineguagliabile.

Il 71% degli intervistati ha infatti dichiarato che le attrazioni lungo il percorso sono state alla base della scelta della destinazione ed anche per il 2022 le previsioni sono incoraggianti. Pare, infatti, che il 68% dei cicloturisti tedeschi abbia già programmato un viaggio in bicicletta e di questi il 26% sceglierà l’estero. Con la probabile riconferma dell’Italia nella top 3, la Sicilia, meta tradizionalmente ambita dai turisti tedeschi per le sue meraviglie artistico-culturali e per le sue spiagge, che sempre di più sta puntando allo sviluppo del cicloturismo grazie ad un patrimonio naturalistico e paesaggistico di grande rilievo, prevede una cospicua crescita del mercato tedesco nel segmento del turismo attivo.

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Storia, natura ed enogastronomia: un trinomio perfetto che trova una delle sue massime espressioni nella parte sud-orientale della Sicilia, laddove i meravigliosi e fertili paesaggi dell’entroterra si arricchiscono delle testimonianze di un glorioso passato che affiora prepotentemente ad ogni sguardo.

Siamo nel “Val di Noto”, l’antico “Vallo” che dal periodo normanno fino al 1812 costituì una delle circoscrizioni amministrative del Regno di Sicilia, corrispondente oggi alle otto città – Palazzolo Acreide, Caltagirone, Ragusa, Modica, Noto, Scicli, Catania e Militello – che dopo il terribile terremoto del 1693 furono riscostruite in splendido stile tardo-barocco, dichiarato Patrimonio Unesco nel 2002.

Il nostro itinerario, che da Pantalica ci condurrà a Siracusa, è di media difficoltà e da percorrere in almeno quattro giorni attraversando strade provinciali, riserve e sterrati.

Si parte dalla Riserva Naturale Orientata Pantalica, in provincia di Siracusa, un’area naturalistica di struggente bellezza. Qui i fiumi Anapo e Calcinara nel corso di millenni hanno scavato profondi canyon, le cui altissime pareti sono ammantate di una lussureggiante vegetazione caratterizzata da oleandri, salici e pioppi e, in primavera, dall’esplosione di colori delle orchidee selvatiche e degli iris. Suggestive piscine naturali dalle cristalline e gelide acque, le cui tonalità vanno dal turchese al verde smeraldo, ricordano i paesaggi lacustri alpini d’alta quota ed invitano ad un bagno tonificante dopo la lunga pedalata.

Scegliamo l’ingresso di Sortino per intraprendere il bel percorso di 24 km (a/r), prevalentemente pianeggiante, che si snoda su sterrato lungo parte della vecchia linea ferroviaria che collegava Siracusa a Vizzini e che, attraversando ponti e gallerie, ci regala indimenticabili scorci sulla Necropoli più grande d’Europa, con le sue 5.000 tombe scavate nella roccia, risalenti al periodo in cui vissero i Siculi nell’area orientale della Sicilia, tra il XIII e l’VII secolo a.C.

Rapiti dalla bellezza di questi luoghi proseguiamo verso Palazzolo Acreide, la perla dei Monti Iblei, annoverata tra i Borghi più belli d’Italia. L’antica Akrai racchiude alcune magnifiche testimonianze della dominazione greca: l’Acropoli con il “teatro del cielo”, così ribattezzato per la sua posizione dominante sulla valle, e il Bouleterion, il luogo dove si riuniva il senato cittadino. Accanto alle vestigia greche, Palazzolo custodisce splendidi capolavori barocchi, come le bellissime chiese di San Sebastiano, di San Paolo e dell’Annunziata, che la collocano tra le tappe imprescindibili del Val di Noto.

Da non perdere la visita alla storica macelleria Corsino per degustare l’ottima salsiccia di Palazzolo Acreide, presidio Slow Food, ottenuta dalla tradizionale lavorazione del suino nero siciliano, che prevede anche l’aggiunta dei semi di finocchio. Da consumare fresca (cruda o cotta alla brace) o secca, val bene una sosta.  Ci spostiamo di pochi chilometri più a ovest per entrare nella provincia ragusana e trovare un altro straordinario presidio slow food, la cipolla di Giarratana, ad ulteriore riprova di quanto alla ricchezza culturale e paesaggistica del territorio corrisponda un’incredibile varietà gastronomica. L’unicità di questa cipolla risiede sia nelle notevoli dimensioni (che possono arrivare fino ai tre chili di peso) sia nella sua incredibile dolcezza, tanto da essere apprezzata oltremanica perfino dal principe Carlo d’Inghilterra. Cruda, al forno o come ingrediente base per gustosissime frittate, la cipolla di Giarratana è una delle eccellenze ancora poco note, ma non per questo meno importanti nel panorama della cucina siciliana.

Proseguiamo in bici, lungo gli antichi sentieri percorsi originariamente da monaci e pellegrini tra ulivi, campi di grano e mulini abbandonati, verso Chiaramonte Gulfi, cittadina posta a 679 metri sul livello del mare nel cuore degli Iblei.  La località è nota non solo per la sua magnifica posizione che le è valso l’appellativo di “Balcone di Sicilia”, con una meravigliosa vista che spazia dall’Etna a Gela, ma soprattutto per il suo eccellente olio, tra i migliori d’Italia, ottenuto dalla “oliva tonda iblea”, varietà autoctona che conferisce eleganza e dolcezza al prodotto finale.

Nella cittadina in cui si “magnifica il porco”, come ricorda l’epigrafe del noto ristorante Majore, un must per chi passa da qui, eleganti palazzi storici e un complesso di otto musei completano l’offerta culturale. E’ giunta l’ora di risalire in sella, diretti a Ragusa, la città dei due patroni e dei tre ponti. La sua parte più antica, Ragusa Hybla, custodisce uno degli esempi più belli di barocco di tutta la Sicilia, la chiesa di San Giorgio.

Lasciato alle nostre spalle il capoluogo più a sud d’Italia, pedaliamo lungo la strada statale 115 in direzione Modica, celebre su scala nazionale per il famoso cioccolato (da assaggiare nell’antica dolceria Bonajuto), ancora oggi preparato secondo l’antica ricetta azteca che ne caratterizza fortemente la consistenza ed il sapore. La città delle “cento chiese”, suddivisa in due zone, Modica alta e Modica bassa, è un meraviglioso presepe incastonato nelle rocce iblee.

Qui le chiese principali, come il Duomo di San Giorgio e la Chiesa di San Pietro, hanno la peculiarità di affacciarsi su imponenti e scenografiche scalinate anziché su piazze. E a proposito di vedute scenografiche, al Pizzo Belvedere, il punto più alto, è possibile godere di un bellissimo punto panoramico. Prima di ritornare nella provincia siracusana è imperdibile la degustazione dello street food locale, le deliziose scacce ragusane, delle focacce che vengono farcite con vari condimenti, dalla classica con pomodoro e caciocavallo a quella con ricotta e prezzemolo.

Tra bucolici muretti a secco e l’odore della polverosa campagna punteggiata di ulivi, carrubi, mandorli e fichi d’india, giungiamo nel punto più a sud d’Europa, Portopalo di Capo Passero, un villaggio di pescatori tra due mari, lo Ionio e il Mediterraneo.  Siamo pronti per risalire la costa orientale della Sicilia verso Marzamemi, grazioso borgo marinaro dove concedersi una breve sosta per ammirare la pittoresca piazzetta Regina Margherita, circondata dalle “casuzze” arabe dei pescatori, oggi trasformate in locali e ristoranti. Sui lati la bella chiesa di San Francesco di Paola e il palazzo del Principe di Villadorata , collegato sul retro alla tonnara risalente alla dominazione araba, che nel corso dei secoli assunse grandissima importanza fino a divenire la seconda in tutta la Sicilia, dopo quella di Favignana.

Facciamo incetta di tonno ed altri deliziosi prodotti ottenuti dalla sua lavorazione (bottarga, ventresca e tarantello) da Campisi prima di raggiungere l’ingresso sud della riserva di Vendicari, un’oasi di pace la cui quiete è “turbata” solo dal vento che accarezza il volto e dal passaggio di numerose specie di uccelli che popolano le aree paludose e gli stagni di quest’area di grandissima importanza lungo le rotte migratorie dall’Africa.

Lasciamo la bici al parcheggio per percorrere i 14 km (per chi ha poco tempo è possibile scegliere uno dei 3 sentieri- blu-arancio-verde, il cui accesso è garantito da diversi varchi) circondati dai profumi della macchia mediterranea, tra boschi di ginepro, vecchie saline, pantani e la suggestiva tonnara, lambendo le famose spiagge di San Lorenzo, dove nidificano le tartarughe nei mesi di luglio e agosto, di Cala Mosche e Marianelli. A pochi passi da quest’ultima, l’agriturismo Marianelli è una tappa d’obbligo per un aperitivo da sorseggiare alle prime luci del tramonto, quando la bella pietra calcarea della struttura si tinge di tonalità arancio e rosa.

Solo 26 km ci separano dall’altopiano su cui svetta l’indiscussa capitale del Barocco, Noto, dominando la Valle dell’Asinaro.

Dalla Porta Reale, un imponente arco di trionfo dell’800 costruito in occasione della visita del re Ferdinando II di Borbone, si accede a Corso Vittorio Emanuele, dove il sole non smette mai di illuminare i suoi capolavori grazie all’orientamento est-ovest, offrendo alla nostra vista meraviglie come il Convento di S. Francesco, la Chiesa di Santa Chiara, Palazzo Ducezio e la Cattedrale di San Nicolò. Sull’adiacente Via Nicolaci, dove sorge lo splendido e sfarzoso palazzo nato come residenza urbana della famiglia Nicolaci, vengono realizzate meravigliose decorazioni floreali che adornano la strada in occasione dell’”Infiorata”, il tradizionale saluto alla primavera che si tiene ogni anno la terza domenica di maggio e che richiama moltissimi visitatori.

Tappa golosa al Caffè Sicilia, rinomata pasticceria i cui prestigiosi riconoscimenti la collocano a pieno titolo tra le migliori d’Italia, per assaggiare una delle squisite creazioni di Corrado Assenza, che spaziano da dolci più classici come il cannolo e la cassatina ad innovative proposte frutto della sua creatività, sempre accomunati dall’impiego delle migliori materie prime a chilometro zero.

Ci attende infine Siracusa, la città che fu definita da Cicerone la più grande e la più bella di tutte le città greche. Impossibile non essere concordi dopo aver varcato l’ingresso del parco della Neapolis dove spiccano il teatro greco, che nella stagione primaverile accoglie dopo il tramonto la rappresentazione delle antiche tragedie greche, e l’Orecchio di Dionisio, un’imponente grotta alta 23 metri dall’eccezionale acustica che, secondo la leggenda, veniva utilizzata dal tiranno Dionisio per ascoltare le parole dei suoi prigionieri. Non mancano neanche qui i gioielli tardo-barocchi; basta, infatti, spostarsi di pochi chilometri attraversando uno dei due ponti che collegano Siracusa ad Ortigia per ritrovarsi tra le intricate viuzze di questo magico isolotto. Tra opulenti palazzi e caratteristiche botteghe di artigianato si arriva nella splendida Piazza Minerva. Estasiati dalla bellezza del Duomo, la cui facciata risplende sotto una calda luce che ne esalta la bellezza, degustiamo una rinfrescante granita ripensando alla bellezza di questo incredibile itinerario.

[summary] => [permalink] => https://mediterraneatrekking.com/1001556/ [wp_menu_position] => 0 [wp_post_type] => post [wp_date] => 2022-04-27 12:14:34 [model_parent_ID] => 1 ) [6] => Array ( [model_ID] => 6 [wp_id] => 1001438 [wp_parent_id] => 0 [title] => Tra Etna e Nebrodi: un viaggio attraverso gli straordinari sapori siciliani [content] =>

Tra Etna e Nebrodi: alla scoperta delle incredibili specialità del territorio siciliano

Che la Sicilia fosse una terra in grado di manifestare la sua opulenza anche in campo gastronomico, grazie a materie prime di grande qualità e piatti dai sapori indimenticabili, non è certo una novità.

Il perfetto connubio, infatti, tra le condizioni climatiche favorevoli e la contaminazione apportata dalle numerose dominazioni – arabe, normanne, spagnole tra le altre – subite nel corso dei secoli, ha reso la Sicilia una fucina di prodotti eccellenti e di ricette sublimi.
Quello che non tutti sanno, però, è che al di là di prodotti noti ed apprezzati anche a livello internazionale, come gli arancini o il pregiato pistacchio di Bronte, la Sicilia offre una notevole varietà di sapori e di cibi meno conosciuti. Tale varietà è spesso merito delle tradizioni locali che vengono tramandate, con caparbia e fatica, di generazione in generazione, resistendo a una globalizzazione che spingerebbe al contrario verso la semplificazione e l’impoverimento dell’offerta gastronomica.
Percorreremo insieme un meraviglioso itinerario alla ricerca dei sapori del territorio nella parte nord-orientale della Sicilia. Protagoniste assolute di questo tour saranno, dunque, le imperdibili specialità delle province di Messina e Catania, di cui potrete fare incetta dopo aver terminato le vostre escursioni sull’Etna o sui Nebrodi.

Catania
Nella città che diede i natali al celebre compositore Vincenzo Bellini, la nostra esplorazione tra i sapori non può che avere inizio dalla celebre pasta alla norma: i suoi semplici ingredienti, pomodoro, melanzana fritta e ricotta salata, si amalgamano perfettamente creando un’esplosione di gusto al palato. Secondo una delle leggende la ricetta sarebbe stata creata da uno chef siciliano per rendere omaggio alla prima rappresentazione dell’opera di Bellini, la Norma, nel 1831.
I masculini da magghia, presidio Slow Food, sono alici pescate nel golfo di Catania grazie a particolari reti (magghie) che ne trattengono la testa, provocando un dissanguamento repentino. Questa tecnica di pesca consente di ottenere un prodotto particolarmente pregiato a livello organolettico, da degustare nella tipica pasta alla catanese, piatto gustoso ed equilibrato in cui il condimento prevede che alle alici siano aggiunti pomodoro e pangrattato.
Catania è anche la città per eccellenza della tavola calda: oltre ai classici arancini (il genere è maschile qui, così come in tutta la Sicilia orientale) al ragù, alla norma, al burro e al pistacchio, il panorama dei rustici annovera cartocciate, cipolline, bolognesi, bombe fritte e al forno, tutte specialità che trasformeranno la vostra curiosità in vera e propria dipendenza.
Nella stagione più fredda, immancabile sulle tavole catanesi, il cavolfiore affogato, uno strepitoso contorno che invita all’assaggio già durante la cottura grazie all’intenso profumo che sprigiona. Il cavolfiore, rigorosamente quello viola dell’Etna, viene posto nella padella creando degli strati con olio, olive nere, pecorino siciliano e cipollotto, e cucinato nel vino rosso, sormontato da un peso che “soffoca” e schiaccia la verdura. Il risultato è eccezionale, provare per credere.
E ai piatti invernali appartiene anche la scacciata, immancabile antipasto nel giorno di Natale: una sorta di pizza ripiena di tuma, broccoli, salsiccia e olive o, nelle sue varianti, di cavolfiore affogato, acciughe e tuma o ancora patate, tuma, pomodoro e cipollotto. Uno di quei comfort food da condividere con amici e parenti all’insegna della convivialità.
A Zafferana, comune dell’hinterland catanese alle pendici dell’Etna, troviamo la siciliana: un enorme calzone fritto farcito con tuma filante e acciughe. Roba da generare problemi di digestione solo nell’elencare i suoi ingredienti. Ma se non siete tra i fortunati che possono vantare stomaci forti, non disperate poiché potrete affidarvi a uno dei tanti digestivi, tra cui il seltz al limone e sale e il tamarindo, che i chioschetti vi prepareranno. Zafferana è, inoltre, nota per essere la città del miele, l’oro dell’Etna, considerato tra i migliori d’Italia per le sue note aromatiche. Qui la produzione raggiunge il 15% del prodotto nazionale e tra le varietà troviamo il miele di castagno, di sulla e di zagara.
E dall’unione di fritto e miele sono nate le crispelle di riso, street food invernale catanese, che hanno il loro corrispettivo salato nelle morbide e deliziose crispelle alla ricotta o alle acciughe.
Anche l’Etna fa la sua parte: la fertilità tipica dei terreni vulcanici ha infatti determinato le condizioni ideali per altri prodotti di elevata qualità e gusto come le pere spinelle, le mele dell’Etna o la fragola di Maletto, una fragola antichissima molto grande e dolce, oggi a rischio d’estinzione.
Catania è anche la città della carne di cavallo: indossate i vestiti più vecchi che avete e recatevi nei quartieri più antichi e popolari della città, dove tra i fumi della brace e le folcloristiche urla dei ristoratori assaggerete filetto, fiorentina e polpette di cavallo, magari accompagnate da una sapida insalata a base di pomodori, cipolla rossa e ricotta salata.
A sud dell’Etna si estende la piana di Catania, che nei comuni di Palagonia, Scordia e Francofonte rappresenta una delle zone siciliane maggiormente vocate alla produzione di arance rosse. Oltre alle dolcissime spremute, assaggiatele nella tradizionale insalata di arance.
Se il salato ci offre tantissimo, l’arte dolciaria catanese non è da meno, a partire da una delle specialità più appaganti ed universalmente apprezzate (ma anche imitate): la granita. Nei suoi diversi e innumerevoli gusti – mandorla, pistacchio, limone, caffè, cioccolato e, in stagione, gelsi, fichi, pesca e melone – ogni momento della giornata è quello giusto per degustarla. Accompagnata da una calda e fragrante brioche o persino dal pane, la granita è rito e tradizione, convivialità e puro godimento. Gli arabi, che durante la loro dominazione in Sicilia portarono lo sherbat, una bevanda ghiacciata a base di succhi di frutta, furono i precursori della granita, che secondo diverse fonti fu preparata per la prima volta ad Aci Trezza, tra il 600 e il 700.
Se la granita non fosse abbastanza, una colazione con iris, raviola alla ricotta – fritta o al forno e panzerotto scioglierà qualsiasi vostra riserva sulla pasticceria catanese. Inoltre, vale la pena ricordare i dolci realizzati in occasione delle celebrazioni dedicate alla santa patrona di Catania, S. Agata, in quella che per importanza e numero di partecipanti è la terza festa religiosa al mondo: le minnuzze di S.Agata, delle piccole cassate siciliane dalla forma che ricorda i seni della santa martirizzata, ripiene di ricotta e ricoperte da una glassa sormontata da una ciliegia candita, e le olivette di S.Agata, piccole olive di mandorla ricoperte di zucchero.
Concludiamo con l’oro verde, il pistacchio di Bronte, delizia ormai nota anche oltreconfine, la cui raccolta avviene ogni due anni. Condizioni climatiche, forma e sapore rendono il pistacchio di Bronte un prodotto unico. Gelati, granite, arancini, pesto e crema di pistacchio sono alcune tra le possibili declinazioni di questa grande eccellenza siciliana.

Messina
È all’interno dell’incantevole paesaggio dei Nebrodi, una delle tre catene montuose che insieme a Peloritani e Madonie costituisce la prosecuzione dell’appennino calabro, che si concentrano gran parte delle prelibatezze della norcineria siciliana. Qui vive allo stato brado e semi-brado il suino nero dei Nebrodi, la pregiata razza autoctona di suino dal manto scuro. Tra i prodotti ottenuti non perdete il salame fellata, il prosciutto crudo e la salsiccia, sia fresca che essiccata, cui il sapore intenso è una delle caratteristiche conferite dalla straordinaria razza siciliana.
Nel novero delle specialità norcine non può mancare il famoso salame di Sant’Angelo di Brolo, prodotto nell’omonimo borgo che sorge nella parte interna dello splendido tratto di costa tra Milazzo e Capo D’Orlando. Il salame qui prodotto, che si fregia del marchio IGP, beneficia di un microclima unico e ideale per la stagionatura. Pare che le origini siano da attribuire all’arrivo nell’XI secolo dei Normanni, che diedero impulso a nuove abitudini e consumi alimentari. Grana grossa, morbidezza e profumo intenso caratterizzano questo gustosissimo salame. E nello stesso borgo, se ai Normanni si deve l’origine del salame, agli arabi quella del bocconetto, dolce tradizionale a base di zucchina lunga candita e mandorle.
In una degustazione di prodotti dei Nebrodi che si rispetti quale accostamento ideale per i salumi se non quello con i formaggi? Ed ecco l’altro protagonista del territorio: la provola dei Nebrodi, un caciocavallo a latte crudo che viene ottenuto da una tecnica di caseificazione tramandata tra i casari dei comuni di produzione del formaggio siciliano. Consumata sia come formaggio da tavola che impiegata nelle ricette della tradizione, è un ottimo prodotto da degustare.


Sui Nebrodi trova il suo habitat anche una varietà autoctona di oliva, l’oliva minuta, da cui si ottiene un olio molto particolare dal gusto piccante e amaro, con un’ottima persistenza in bocca.
A Novara di Sicilia, un bellissimo borgo al confine tra Nebrodi e Peloritani ed in alcuni paesi limitrofi, viene prodotto un altro strepitoso formaggio dell’isola: il maiorchino. Secondo alcune fonti, le sue origini risalgono al 1600, quando sotto la dominazione spagnola veniva organizzata la festa della Maiorchina. Si tratta di un pecorino che richiede una lavorazione molto lunga, e per questo poco prodotto e diffuso, dal sapore deciso e dolce nello stesso tempo, con una lunga stagionatura che può arrivare sino ai due anni.
Tra le specialità da assaggiare a Messina c’è la deliziosa focaccia messinese, che ha lo strutto nel suo impasto e viene farcita con scarola, tuma e acciughe salate. A base degli stessi ingredienti è il pidone, un gustosissimo calzone fritto. E poi lasciatevi tentare dalle scagghiozze, sfiziosi tocchetti di polenta fritta.
Già nota agli appassionati di Montalbano, La pasta ‘ncasciata, è una delle migliori espressioni della sicilianità a tavola. Il suo nome deriverebbe da ‘u n’cascio’, il gesto di collocare la teglia della pasta sulla brace utilizzata per la cottura. Nella versione di Mistretta, diffusa in tutta la provincia, la pasta al forno è arricchita da melanzane fritte, ragù di carne, salame, pecorino, uova sode, caciocavallo o tuma: un trionfo di sapori per le papille gustative!
Tra i piatti di carne provate le morbide braciole alla messinese, involtini di vitello ripieni di formaggio, rigorosamente siciliano, cotti sulla brace.


Se vi state chiedendo che fine abbia fatto il pesce, eccolo in una delle ricette storiche, lo stocco alla messinese, piatto in cui lo stoccafisso, che venne importato in Sicilia dai Normanni, è condito con un succulento sughetto a base di pomodoro, patate, olive e capperi.
E poi, immancabile nella tradizione messinese, il pesce spada dello Stretto, che viene declinato in molteplici versioni: dalle braciolette al pesce spada al forno ricoperto di mollica.
Tra i dolci troviamo il bianco e nero, uno squisito dolce a base di bigné farciti di panna che richiama i profiteroles francesi. A differenza di questi ultimi, i bigné vengono però ricoperti di panna alla gianduja e da grosse scaglie di cioccolato.
E nella categoria dei fritti ecco che i balò alla ricotta e il torciglione messinese accontenteranno i più golosi, i primi con il loro morbido ripieno alla ricotta, il secondo con una deliziosa crema pasticcera.
Per chiudere i pranzi domenicali e per le grandi occasioni il dolce della tradizione è la pignolata, risalente alla dominazione spagnola ed un tempo realizzato solo nel periodo di Carnevale. Il dolce è composto da un insieme di gnocchetti fritti o al forno ricoperti da una glassa bianca e nera.

E ora non resta che passare dalla teoria alla pratica!

[summary] => Che la Sicilia fosse una terra in grado di manifestare la sua opulenza anche in campo gastronomico, grazie a materie prime di grande qualità e piatti dai sapori indimenticabili, non è certo una novità. [permalink] => https://mediterraneatrekking.com/tra-etna-e-nebrodi-un-viaggio-attraverso-gli-straordinari-sapori-siciliani/ [wp_menu_position] => 0 [wp_post_type] => post [wp_date] => 2022-03-11 12:14:13 [model_parent_ID] => 1 ) [7] => Array ( [model_ID] => 7 [wp_id] => 1001430 [wp_parent_id] => 0 [title] => Trekking alle Eolie: i 5 sentieri da non perdere [content] =>

Perché le Eolie sono la meta ideale per il trekking: alla scoperta di 5 imperdibili sentieri

Vette dagli incredibili panorami, splendidi sentieri immersi nel tripudio di colori di una natura incontaminata e rigogliosa, entusiasmanti camminate sui vulcani attivi per ammirarne l’intensa attività da spettatori privilegiati: il trekking alle Eolie è un’esperienza che non dimenticherete.

Ciascuna delle 7 isole dell’arcipelago eoliano offre agli escursionisti diversi itinerari di trekking, non sempre ben segnalati, che presentano generalmente un grado di difficoltà medio sia per il dislivello che per la condizione dei sentieri. Il clima temperato, tipico delle isole mediterranee, consente inoltre di poter affrontare i vari percorsi durante tutto l’anno.
La primavera è, indubbiamente, uno dei momenti migliori per godere dell’esplosione dei colori della macchia mediterranea ed anche per avvistare uccelli come il gabbiano reale e il falco della regina. L’autunno vi permetterà, approfittando di temperature meno elevate dell’estate ma con un mare ancora “caldo”, di poter tuffarvi in acqua al termine del vostro trekking senza altri turisti attorno.
Per chi sceglie l’estate, nelle giornate più calde ricordate di effettuare le escursioni molto presto al mattino oppure nel tardo pomeriggio, portando con voi molta acqua.
Ed eccoci, macchina fotografica nello zaino, pronti per il nostro tour tra i cinque sentieri più belli e suggestivi delle Eolie.

Cratere dello Stromboli, Stromboli (2h)
Stromboli è l’isola in cui i quattro elementi – acqua, terra, aria e fuoco – si congiungono, lasciando senza fiato chiunque passi da qui.
Le fontane di lava, le costanti esplosioni e la pioggia di cenere creano, infatti, un meraviglioso spettacolo naturale che non smette mai di impressionare, il tutto amplificato da un contesto scenografico d’eccezione.
Tra le esperienze più belle ed entusiasmanti di trekking alle Eolie non poteva, quindi, mancare l’ascesa al cratere dello Stromboli – “iddu”- per osservare da vicino l’attività vulcanica in notturna.
Dal 2019, in seguito a due violente esplosioni, per ragioni di sicurezza non è più possibile raggiungere il punto più elevato dell’isola. L’attuale limite massimo è stato fissato a 400 m sul livello del mare, solo se accompagnati da guide; da soli è possibile arrivare fino a 250 m.
L’itinerario, che abbiamo percorso con la guida, inizia dopo la Chiesa di S. Vincenzo in corrispondenza del vecchio cimitero, dove sorgono alcune tombe risalenti agli inizi del 900. Partiamo a metà pomeriggio in modo da arrivare nel punto panoramico collocato a nord-ovest in tempo per assistere al tramonto, preludio a uno spettacolo ancora più bello che ci estasierà al calar della notte: le esplosioni vulcaniche.
Il percorso procede inizialmente tra tornanti su un fondo sabbioso misto a rocce e offre suggestivi panorami su Piscità e sullo Strombolicchio. Tra macchia mediterranea, terrazzamenti e torrenti si arriva a 400 metri, dove troviamo il belvedere della Sciara del Fuoco, la parete su cui si riversa il materiale piroclastico emesso durante le costanti e frequenti esplosioni dello Stromboli.
Una volta arrivati al belvedere, i boati dal cratere, che dista solo 350 metri in linea d’aria, rendono la contemplazione del tramonto ancora più suggestiva. Quando la luce va via definitivamente il rosso della lava diventa calamita che cattura il nostro sguardo, rendendo impossibile staccare gli occhi dalle fontane di lava così vicine ed imponenti.
La salita dura un paio di ore e si può tornare al punto di partenza prendendo la mulattiera di punta Labronzo al rientro.

Dal porto a Monte Filo dell’Arpa, Alicudi (2,5h)

Alicudi è l’isola più remota e selvaggia delle Eolie, un vero paradiso per gli escursionisti.
Qui il trekking è parte integrante della vita sull’isola: è routine quotidiana per gli arcudari, i suoi abitanti, ed esperienza sorprendente per gli ospiti che vi soggiornano. Ad Alicudi, infatti, le strade non esistono e ci si sposta affrontando i ripidi gradini che partono dal porto e collegano sia le case che le sei contrade dell’isola giungendo fino alla sua sommità: ogni spostamento si trasforma, così, in un faticoso ma suggestivo trekking su gradini in pietra lavica. Che si tratti di raggiungere un’abitazione o di percorrere un sentiero, l’unità di misura, singolare peculiarità dell’isola, è sempre il gradino.
E con ben 1.700 gradini, che salendo progressivamente di quota diventano dei gradoni sempre più alti e impegnativi, vi portiamo dal porto alla cima dell’isola, il Monte Filo dell’Arpa (675 m), che deve il suo nome all’arpa, la poiana in dialetto. Un trekking unico, che inerpicandosi sulla parete sud-est dell’isola, si insinua tra le bellissime case in stile eoliano, i filari di vigneti che qua e là orlano il percorso e i terrazzamenti abbandonati risalenti agli inizi dello scorso secolo.
Ad Alicudi vegetazione e mano dell’uomo si fondono perfettamente in uno scenario di rara ed autentica bellezza. Indiscusso protagonista e compagno durante la nostra ascesa è il blu del mare, sempre più intenso alle nostre spalle. Uno dei punti migliori per ammirarlo è il belvedere su cui sorge la piccola cappella dedicata a San Bartolo, a circa un terzo del percorso.
Superate le ultime case, il sentiero diventa più impervio ed accidentato e si rischia di perderlo per via della vegetazione che ne copre le tracce. Tra felci e sassi, dopo la ripida salita che dal porto non ha mai addolcito la sua pendenza, arriviamo ad una vasta pianura dove ogni tanto fa capolino qualche capra selvatica, che ci osserva con curiosità e timore.
Il silenzio di questo luogo è assordante e qui come in nessun altro posto emerge prepotentemente il fascino solitario di quest’isola.
Ancora qualche metro e raggiungiamo il punto panoramico, a 670 m di altezza. Ci affacciamo ed Eolo riprende a soffiare con energia sul nostro volto, mentre godiamo di una meravigliosa vista dall’alto sulla contrada Bazzina e ad est su Filicudi che delinea nettamente il suo profilo sotto la luce ambrata del tramonto.
La discesa si effettua ripercorrendo in senso inverso il sentiero, ma attenzione alle ginocchia che verranno messe duramente alla prova dai gradoni.

Salita a Punta del Corvo, Panarea (1,5h)
Panarea, l’isola più chic e mondana delle Eolie, incontrastato regno del divertimento e della vita notturna, nasconde un lato bucolico e autentico che in pochi conoscono. Basta oltrepassare i confini del curatissimo centro abitato, che si estende a ridosso del porto, per immergersi, infatti, nella natura silenziosa e generosa che fa da cornice ai tre percorsi che attraversano l’isola.
Percorriamo l’itinerario che parte a nord di Panarea, nei pressi della spiaggia della Calcara. Dal porto si seguono le indicazioni per il ristorante da Paolino; 200 m dopo aver superato la trattoria si imbocca la via a sinistra e si prosegue fino ad arrivare ad un cancello.
Qui inizia Il sentiero, subito immerso nella macchia mediterranea tra lentisco, erica, cisto e silene hicesiae, il bellissimo fiore dai petali rosa che cresce solo su quest’isola. In mezzo alla vegetazione si cominciano a scorgere timidamente Basiluzzo e Stromboli a nord-est, dietro l’eliporto di Panarea.
Dopo la prima mezzora il sentiero si fa più esposto, sporgendosi sulla parete a strapiombo di fronte allo Scoglio la Nave. Voltandoci alle nostre spalle, dietro i cespugli di ginestra si scorge in lontananza la recondita Ginostra, avvolta da una leggera foschia bianca che contrasta con le luci dorate dell’imbrunire. Un’immagine fiabesca. Si prosegue attraverso la vegetazione che si fa più intensa invadendo il sentiero, ma manca ormai poco per raggiungere la vetta, Punta del Corvo (421m). Il panorama si apre adesso su Filicudi, Alicudi, Lipari e Vulcano.
Da qui è possibile proseguire effettuando la discesa sul lato sud oppure attraversando la parte centrale dell’isola. Noi scegliamo quest’ultima opzione e godiamo lungo la discesa di una bella cartolina di Panarea con le sue casette bianche circondate dal verde, i piccoli puntini delle barche in rada e Dattilo sulla destra che fanno da sfondo. Il tratto finale del percorso è completamente immerso nella vegetazione e sbocca a fianco della discoteca Raya.

Ascesa al Gran Cratere, Vulcano (45 minuti circa)
Se i trekking più belli e panoramici sono in genere quelli più lunghi e faticosi, il sentiero che conduce al Gran Cratere di Vulcano è, certamente, l’eccezione che conferma la regola. Con una passeggiata di soli tre quarti d’ora circa potremo, infatti, ammirare l’affascinante cratere di un vulcano attivo situato in uno dei punti più panoramici di tutto l’arcipelago eoliano.
L’accesso al sentiero si trova a una decina di minuti dal porto di Levante lungo la strada che porta alle località di Piano e Gelso. La salita costeggia il fianco ovest del vulcano su un terreno di sabbia vulcanica, circondato da cespugli di ginestra, che più in alto lascia spazio al tufo argilloso. Man mano che si sale di quota la vista si apre su Alicudi, Filicudi, Lipari e Salina. Arrivati in cima, a 386 metri sul livello del mare, ecco che anche le altre due isole, Panarea e Stromboli, appaiono anch’esse alla nostra vista, completando un meraviglioso “quadro” da contemplare soprattutto alla luce dell’alba o del tramonto.
Dietro di noi si staglia il cratere con i suoi 500 metri di diametro e la sua particolare colorazione giallo-rossastra dovuta all’azione dei batteri che interagiscono con lo zolfo delle fumarole. Bisogna prestare attenzione a non avvicinarvisi troppo sia perché i getti di vapore raggiungono temperature elevatissime sia perché lo zolfo è dannoso per la salute umana.
Nebbie delle fumarole e panorama mozzafiato sulle altre isole Eolie: la perfetta scenografia per una serie di scatti fotografici prima di incamminarsi lungo la via del ritorno, che si effettua sullo stesso percorso.

Da Valdichiesa al Monte Fossa delle Felci, Salina (2h)
La verdissima Salina, con il suo fascino bucolico e la geometria perfetta dei suoi coni gemelli, oggi vulcani spenti, è attraversata da più itinerari di trekking che collegano le diverse località dell’isola. Qui esploreremo il sentiero che parte da Valdichiesa (313m), frazione di Leni, e giunge alla cima del Monte Fossa delle Felci (962m), il punto più alto di tutte le isole Eolie.
La chiesa della Madonna del Terzito, dietro la quale ha inizio il percorso, dista 10 km da Santa Marina Salina e, nel caso non abbiate noleggiato uno scooter o un’auto, potete raggiungerla con i bus di linea dell’isola.
Il percorso, curato dalla forestale, sale attraverso un bosco di pini, castagni e querce, e incrocia in diversi punti una carrabile che può essere una valida alternativa per chi non è abituato a pendenze medio-elevate. Il tratto iniziale regala una bella prospettiva dall’alto su Malfa, con la chiesa dell’Immacolata e i vigneti attorno. Al termine della salita si attraversa un fitto bosco di felci, da cui prende il nome il monte. Infine, si giunge all’ambitissimo punto panoramico dal quale osservare Monte dei Porri, il cono gemello alle pendici del quale sorge Pollara, la dolce vallata di Valdichiesa, Lipari e Vulcano a sud e, infine, Alicudi e Filicudi a ovest.
Calcolate circa 2h per la salita, 1h30’ per la discesa, che si effettua per lo stesso sentiero.

Non resta che preparare l’attrezzatura e partire!

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Suggestive montagne di sale adagiate su placide lagune, borghi ricchi di storia e crocevia di popoli, una natura maestosa a cui fa da sfondo il blu del mare: siamo nella provincia di Trapani, nella parte più occidentale della Sicilia.

L’itinerario, da percorrere in almeno quattro giorni per godere senza fretta delle meraviglie che l’isola offre, è prevalentemente facile con alcuni tratti più impegnativi e si snoda principalmente su strada asfaltata per un totale di circa 180 km.

Con le sue imponenti fortificazioni spagnole risalenti al XVI secolo, un centro storico costellato da splendidi palazzi barocchi e neoclassici e il bellissimo lungomare che invita a romantiche passeggiate al calar del sole, Trapani non è solo il punto di partenza del nostro itinerario, ma un’interessante città da esplorare. Un perfetto preludio alla Via del Sale: 29 km di rara e poetica bellezza da ammirare in sella alla nostra bici.

Il facile e pianeggiante percorso inizia lungo la strada provinciale sp21 di Trapani, tra candide saline e pittoreschi mulini a vento che si susseguono in un crescendo di emozioni prima all’interno della Riserva Naturale Saline di Trapani e Paceco, e poi, in prossimità di Marsala, in quella dello Stagnone.

La prima tappa è Nubia, dove ci fermiamo per visitare il museo del Sale e conoscere, così, le origini fenicie dell’antichissima tradizione delle saline. Le acque basse da un lato e le elevate temperature accompagnate dalla presenza del vento dall’altro apparvero, infatti, al popolo fenicio condizioni ideali per l’estrazione del sale. Il consumo su larga scala di questo prezioso elemento ed il suo impiego per la conservazione dei cibi presto ne decretarono il successo: il sale iniziò, così, ad essere esportato in tutto il bacino del Mediterraneo e divenne un elemento cardine dell’economia locale anche nelle epoche successive.

Nel museo vengono mostrate le diverse fasi della lavorazione del sale e gli attrezzi utilizzati per l’estrazione e la raccolta, ma la piccola frazione di Trapani vanta anche un altro prodotto che, seppur meno noto, si caratterizza per l’elevata qualità: l’aglio rosso di Nubia. Immancabile nelle ricette locali, come nel celebre pesto alla trapanese – a base di aglio, pomodoro, mandorle, olio, sale e pepe – con cui vengono condite le tradizionali busiate, piatto simbolo della zona del trapanese, l’aglio di Nubia si contraddistingue per il colore rosso al suo interno, l’intenso sapore e il confezionamento in grandi trecce, che vengono tradizionalmente appese ai balconi.

E’, però, in prossimità di Marsala, nella nuovissima ciclabile dello Stagnone, che costeggiamo la parte più suggestiva e spettacolare del percorso. Il paesaggio conserva la storia e la bellezza di questi luoghi, tra i cinquecenteschi tetti rossi dei mulini a vento e le zone paludose e salmastre popolate da più di 170 specie di uccelli e dai fenicotteri, rivelando ai nostri occhi il perfetto connubio tra natura e opera dell’uomo. Sullo sfondo le quattro isole della laguna: l’isola Longa, la più grande, Santa Maria, coperta di vegetazione, San Pantaleo, la più importante per via dell’antica città fenicia di Mozia, e il decadente isolotto di Schola.

Ci fermiamo nella splendida location della Salina Genna per ammirare, “pieds dans l’eau”, un indimenticabile tramonto: davanti a noi la variopinta tavolozza di colori creata dal riflesso del sole sugli specchi d’acqua delle vasche di cristallizzazione del sale.

Lasciata alle nostre spalle una delle ciclovie più suggestive d’Italia, proseguiamo verso capo Boeo, l’estrema punta occidentale della Sicilia dove, in posizione strategica sul Mediterraneo, sorge Marsala, l’antica Marsa Allah (porto di Dio) per gli Arabi. La città è stata teatro di un importante momento del Risorgimento italiano: è qui, infatti, che sbarcò Garibaldi nel 1860, come ricorda il monumento ai Mille sul lungomare. Tuttavia, a rendere davvero celebre Marsala furono poco prima gli inglesi, che nel Settecento scoprirono la vocazione vinicola di queste terre, aprendo le porte all’esportazione del famoso vino in tutta Europa.

La storia attribuisce, infatti, la nascita del Marsala al commerciante inglese John Woodhouse, che durante uno dei suoi viaggi fu colpito da un improvviso nubifragio e costretto a trovar riparo a Marsala. Qui, il vino locale dovette pargli tanto simile a quelli in voga nella sua terra in quegli anni, il Porto ed il Madeira, da voler introdurlo nei salotti inglesi. Per poter affrontare il lungo viaggio, però, decise di allungarlo con acquavite: nacque così il Marsala. Imperdibile la degustazione in una delle storiche ed ottime cantine della zona, come Fina, Martinez o Pellegrino, che ben ci predispone alla faticosa salita verso Salemi, la nostra prossima tappa, a cui giungiamo inebriati dalla bellezza dei vigneti e degli uliveti che ci circondano.

La cittadina medievale, che si erge maestosa nel cuore della Valle del Belice, si sviluppa attorno al castello normanno, da cui Garibaldi issò la bandiera tricolore proclamando Salemi prima capitale d’Italia il 14 maggio 1860. Annoverata tra i borghi più belli d’Italia, Salemi deve il suo fascino non solo all’invidiabile posizione ma anche alla pietra “campanedda”, una particolare pietra arenaria visibile nei palazzi dei quartieri ebraico della Giudecca e arabo del Rabato e nelle ben 25 chiese del centro storico, che con la luce del sole assumono calde tonalità che variano dal giallo al rosato. Iscritta dal 2012 nel Registro delle Eredità Immateriali dell’UNESCO, la campanedda è stata così ribattezzata per il suono emesso al battere dello scalpellino, che ricorderebbe quello di una campana.

Dopo aver ammirato lo splendido panorama dal castello ci concediamo una piccola sosta per l’assaggio di una delle chicche di queste zone: la “Vastedda del Belice”, presidio Slow Food, il cui nome deriva dalla forma che ricorda la tradizionale pagnotta siciliana di pane, la “vastedda”. Unico formaggio di pecora a pasta filata, è ottimo da degustare fresco, condito con olio, oppure nei tipici timballi di pasta al forno.

Proseguiamo tra filari di vigneti, campi di grano e torrenti verso il Monte Barbaro, dove sorge una delle grandi meraviglie archeologiche siciliane: la città di Segesta, che domina la vallata con uno straordinario panorama sulla campagna siciliana. Fondata dagli Elimi, una delle più antiche popolazioni indigene vissuta nella Sicilia occidentale tra il IX e il I sec. a.C, ha tra le sue principali attrattive il teatro, dove nella bella stagione è un must assistere alla rappresentazione delle tragedie greche mentre sullo sfondo le prime luci dell’alba donano all’ambiente un’atmosfera surreale.

Dall’affascinante e solitario entroterra puntiamo la costa nord-occidentale dell’isola per raggiungere il borgo di Castellammare del Golfo. Questa graziosa cittadina arabo-normanna, racchiusa tra le acque turchesi del Tirreno e il monte Inici, è immersa tra frassini, querce e lecci in un paesaggio ricco di vegetazione, il cui profilo è delineato da grotte e frastagliate insenature.

L’itinerario prosegue attraverso i 27 km che ci separano dal borgo marinaro di Scopello: un’imperdibile perla incastonata su un promontorio a picco sul mare. I Faraglioni sullo sfondo e il paesaggio bucolico e grandioso nella parte interna ne esaltano l’impatto scenografico. Un tempo conosciuto per la tonnara, oggi il borgo è principalmente noto per la sua bellezza e per l’accesso a uno dei luoghi più belli ed incontaminati della Sicilia, la Riserva dello Zingaro: 7 km di costa di dirompente bellezza, tra l’intenso verde della macchia mediterranea e le diverse sfumature di blu che lambiscono le candide spiagge delle sue sette calette. Scendiamo dalla sella per immergerci in questo paradiso, visitabile solo a piedi.

Sul lato ovest della Riserva dello Zingaro, San Vito lo Capo è celebre per il Festival del Cous Cous che si tiene ogni anno a fine estate ed ospita chef provenienti da tutti i paesi del Mediterraneo, pronti a sfidarsi per eleggere il miglior Cous Cous.

Proseguiamo sulla strada costiera che, attraversando lo scenografico paesaggio di Macari ed il borgo contadino di Castelluzzo, ci conduce alla Riserva del Monte Cofano, penultima tappa del nostro itinerario. Il fondo rosso dello sterrato iniziale contrasta con il verde delle palme nane ed il bianco delle rocce, che lasciano presto posto a calette e insenature dalle acque cristalline. Oltre Punta del Saraceno, a sud-ovest, le pareti diventano più ripide e a strapiombo sul mare e il percorso si fa più duro ed accidentato. A ristorarci, però, a fine sentiero ci attende un delizioso pane cunzato con pomodoro, olive, capperi e mozzarella, prima dell’impegnativa salita verso l’ultima tappa: Erice.

Situato a 750 metri d’altitudine sulla cima del Monte San Giuliano, questo splendido e maestoso borgo medioevale regala incredibili scorci panoramici su Trapani e sul golfo di Macari, che ricompenseranno le energie spese per affrontare l’impegnativo dislivello.

Fondata dagli Elimi, a cui risalgono le mura ciclopiche che delineano il perimetro del borgo, Erice fu poi conquistata da Fenici, Romani e Normanni. A questi ultimi risale il Castello di Venere, costruito nello stesso luogo in cui sorgeva un antico tempio pagano dedicato al culto della dea: al suo interno si può ammirare ancora oggi un pozzo in cui, secondo la leggenda, Venere stessa faceva il bagno immersa nel latte.

Una lenta passeggiata tra le vie lastricate del borgo ci conduce alla Torretta di Pepoli, bellissimo palazzo in stile liberty fatto edificare da Agostino Pepoli a fine Ottocento, da cui si gode un panorama che abbraccia tutto il golfo fino a Monte Cofano.

Terminiamo il nostro itinerario con una pausa gourmand da Maria Grammatico, vera e propria istituzione della pasticceria ericina. Qui l’opulenza siciliana si manifesta in un trionfo di colori e sapori, una degna e meritata conclusione per questo indimenticabile weekend siciliano.

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Non solo Trekking: scopri la Sicilia in Mountain Bike!

La nostra attività si espande sempre di più, grazie soprattutto al preziosissimo contributo di partner d’eccezione come MTB Sicily, Mediterranea Bike, Gravel in Sicily e Clan dei Ragazzi!

Il nostro obiettivo non è solo di organizzare viaggi in bici, ma ti promuovere un tipo di turismo nuovo: delle esperienze che vanno ben oltre il semplice viaggio.

Unendo la passione per il ciclismo alla scoperta di itinerari naturalistici di straordinaria bellezza – e noi siciliani viviamo in un vero e proprio monumento della natura – vogliamo creare dei circuiti sempre più coinvolgenti per chi desidera vivere il viaggio in un modo più dinamico.

Proprio in quest’ottica nasce la rivista Viaggiare in Bicicletta con Gusto Sano, che ringraziamo per l’interesse mostrato per il nostro lavoro. Viaggiare in Bicicletta con Gusto Sano (Lunasia editore), racconta itinerari ciclabili che hanno una particolare attenzione all’aspetto enogastronomico, legando forme di turismo che rappresentano le maggiori motivazioni di spostamento e viaggi in questi anni, pre e post pandemia: enogastronomia, cultura, outdoor e attività fisica. La rivista è un bimestrale distribuito in tutta Italia e si alterna in edicola con la rivista Gusto Sano del gruppo Lunasia.

Vi invitiamo a leggere l’articolo dedicato al nostro itinerario “Mountain Bike Peloritani tra Mare e Colli Messinesi”: un perfetto racconto dell’esperienza del circuito che abbiamo sviluppato lungo la Dorsale dei Peloritani, un luogo dalla bellezza disarmante e ricco di miti e leggende… nonché di piacevoli soste golose! Tra queste, un posto d’onore meritano ovviamente Don Minico con il suo inimitabile Panino alla Disgraziata, e il ristoro Rusti e Mancia di Fiumedinisi con il suo menù tutto da gustare!

Buona lettura!


LUNGO LA DORSALE PELORITANA

Un’imponente catena montuosa dal paesaggio solitario ed affascinante: siamo nell’estremità nord-orientale della Sicilia.

Qui la dorsale peloritana, prima di incontrare i Nebrodi presso Rocca Novara e Montagna Grande, si innalza come naturale prosecuzione dell’appennino calabro, con il quale ha in comune la composizione geologica nonché le caratteristiche fiumare, brevi corsi d’acqua impetuosi in inverno e asciutti d’estate, dal letto ampio e ciottoloso.

Secondo la leggenda i Peloritani prendono il nome da Peloro, che fu nocchiere della nave del celebre condottiero cartaginese Annibale. Quando il generale africano fu condotto nello Stretto di Messina credette di trovarsi in un golfo senza sbocco, poichè le coste siciliane e calabresi erano così vicine da sembrare ai suoi occhi un unico lembo di terra. Ritenendo, dunque, di essere stato ingannato, decise di far uccidere Peloro, ma resosi quasi subito conto dell’errore, si impegnò a far erigere un’enorme statua in suo ricordo sulla punta nord-orientale della Sicilia, che da allora venne chiamata Capo Peloro. Il mito viene narrato da diversi autori, tra cui Valerio Massimo, che scrive “da un’altura di quello stretto tempestoso si offre agli occhi di chi lo attraversa nei due sensi una statua, posta a testimonianza e ricordo tanto di Peloro, quanto della temerarietà punica”. Tuttavia, già nel VI sec. a.C., trecento anni prima, veniva praticato il culto della ninfa Pelorias, che avrebbe abitato le paludi della zona, e che fu rappresentata nelle monete dell’epoca. Più realisticamente, Peloritano deriverebbe da un termine greco con il significato di “smisurato, gigantesco”, così come dovettero apparire questi monti all’arrivo dei Greci in Sicilia nell’VIII sec. a.C.

IL PERCORSO DELLA PROVINCIALE 50BIS

E lungo questa dorsale ricca di leggende si incontra uno dei percorsi di mountain bike più entusiasmanti in Sicilia, la strada provinciale 50 bis, un insolito ed affascinante itinerario di 70 km che si sviluppa tra Portella San Rizzo e Portella Mandrazzi, attraversando una natura incontaminata e maestosa, paesaggi mozzafiato che si aprono ora sul versante tirrenico ora su quello ionico e testimonianze storico-religiose che rimandano a tempi remoti.

Il percorso ha infatti una grande rilevanza storica, trovandosi nelle vicinanze del Monte Scuderi, dove sorgono i ruderi dell’antica città bizantina di Mikos. Inoltre, l’attuale sp 50 bis, fin dall’epoca romana era una strada militare, importantissima via di collegamento che congiungeva i due valichi di Portella San Rizzo e Mandrazzi. Anche in epoca medievale e nei periodi successivi venne percorsa non solo per scopi militari, ma anche commerciali e strategici, rappresentando il percorso naturale più breve per gli abitanti dei comuni dell’entroterra per recarsi nelle zone costiere. Durante il Regno d’Italia l’accesso fu poi autorizzato ai soli militari per raggiungere gli avamposti difensivi dello Stretto di Messina e della Piana di Milazzo: i Forti Umbertini e le Batterie.

Escursione Mountain Bike Peloritanii 2

 

L’itinerario, che si snoda prevalentemente su fondo sterrato e in alcuni tratti su pietraie, è impegnativo e richiede esperienza in mtb, ma la fatica verrà ricompensata dalla straordinaria bellezza di un paesaggio ricco di boschi, canyon, gole scavate dai corsi d’acqua, piccole cascate e, non certo meno importanti, luoghi dove concedersi piacevoli soste golose.

A tal proposito, in prossimità della partenza da Portella San Rizzo, troviamo subito “Don Minico”, lo storico locale nato dall’intuizione di Don Minico negli anni 50, oggi gestito dai suoi figli e nipoti che ne hanno ampliato l’attività creando un’azienda agricola e vitivinicola. La specialità è il celebre “panino alla disgraziata”, una ruota di pane di farina di frumento farcita con prodotti rigorosamente locali: verdure sott’olio, formaggio semi-stagionato prodotto nei peloritani e salame del territorio a grana media.  Ci si accomoda all’esterno sulle panche in legno, assaporando il succulento panino mentre si contemplano meravigliosi squarci di mare tra la vegetazione circostante. Un ristoro per il fisico e per la mente.

L’ambientazione della “Casa di Cura” di Don Minico, così come il figlio ha ribattezzato la creazione del padre, è originale ed accogliente e vale di per sé una visita, con i cartelloni e gli slogan che esaltano le magiche virtù del panino alla disgraziata, non un semplice pezzo di pane farcito, ma un alimento dal potere “salvifico”, in grado di curare qualsiasi malanno con la sua bontà. Oggi i giudizi degli avventori si dividono tra i fan di vecchia data, che ritengono il panino non all’altezza di quello di una volta e, dall’altro lato, gli estimatori attuali, certi che la qualità e il gusto siano ancora gli stessi di un tempo. Comunque la si pensi, Don Minico è e rimane un’istituzione oltre ad essere, dal punto di vista logistico, situato nel punto ideale per far scorta di cibo in previsione della lunga tappa che ci aspetta.

Escursione Mountain Bike Peloritanii 1

DA PORTELLA SAN RIZZO ALLA FIUMARA DI FIUMEDINISI

Il percorso da Portella San Rizzo parte subito con una salita impegnativa in mezzo a un verdissimo bosco di pini, castagni, lecci e roverelle che giunge sino al Santuario della Madonna di Dinnammare, posto a 1.130m s.l.m., il cui nome deriverebbe dal latino “bimaris”, ad indicare proprio la vista spettacolare che da questo luogo si apre sui due mari, Tirreno e Ionio. Siamo infatti nella parte più alta di Capo Peloro, in una magnifica posizione che sovrasta le Eolie, la baia di Milazzo, Tindari, lo Stretto e Scilla. Il Santuario, spesso avvolto da una foschia che contribuisce ad aumentarne l’aura di mistero, si erge sulla cima dell’omonimo Monte e rappresenta uno straordinario crocevia che attira un crogiolo di visitatori: non solo ciclisti impegnati nel percorso della dorsale peloritana che dopo l’ardua salita prendono qui fiato respirando l’immensità dei suoi panorami, ma anche gruppi di biker in sella alla propria moto, fedeli in pellegrinaggio, escursionisti che si inoltrano nei sentieri all’interno dei Peloritani, birdwatcher intenti ad osservare la migrazione dei rapaci sopra lo Stretto in primavera e autunno ed infine semplici gitanti a caccia di vedute da immortalare con uno scatto fotografico. Un luogo evocativo ed emblematico che unisce spiritualità ad un contesto naturalistico e paesaggistico d’eccezione.

Dopo il santuario l’itinerario procede per 40 km tra salite e discese che disvelano suggestivi panorami sull’Etna, sulle Eolie e, tra Pizzo Bottino e Pizzo Cavallo, sui tratti costieri. Si passa dal rifugio Casa degli Alpini (859 m s.l.m.), immerso nella bellissima Riserva di Fiumedinisi, unica area protetta attraversata dalla dorsale. Qui il paesaggio è caratterizzato da bellissimi esemplari di castagni, aceri montani, agrifogli e allori e dalla Fiumara di Fiumedinisi. Non lontano dal rifugio, accanto a una sorgiva, si apre una superba vista sul versante nord dell’Etna.

PAUSA PRANZO

Si prosegue percorrendo la Santissima, una discesa di 7 km che poco prima di terminare nel borgo di Fiumedinisi vanta un ottimo punto di ristoro a conduzione familiare in uno splendido tratto di natura selvaggia ed incontaminata: “Rusti e Mancia Cannetti”. Incastonato in una verdissima vallata stretta e profonda, l’agriturismo, situato sul ciglio della strada, con la sua struttura spartana in legno che ricorda una baita di montagna si integra perfettamente nell’ambiente circostante. Ad accompagnare il ghiotto pranzo lo sciabordio delle piccole cascate di acqua dolce che formano delle pozze sul letto del fiume di Nisi, appena sotto l’agriturismo. Qui tutto è fatto in casa: dalla pasta realizzata dalle sapienti mani della signora Carmela, nelle due varianti “alla norma”, con pomodoro, tocchetti di melanzane fritte e un’abbondante spolverata di ricotta infornata e “con il sugo di maiale” (quest’ultima merita una menzione speciale), alla carne – salsiccia, braciole messinesi e spezzatino di vitello – cotta dal marito Giovanni. Ad accogliere gli avventori la gentilezza di Santina, che con il fratello aiuta nella gestione del locale. La formula è quella del menù fisso: come preludio ai piatti “forti” descritti sopra viene servito un buon antipasto misto che racchiude le specialità del territorio, dai formaggi e i salumi ai pomodorini secchi e le olive, insieme a squisite polpettine di carne, alle verdure e alla ricotta in pastella, mentre delle deliziose frittelle di ricotta chiudono il pranzo. Nella stagione estiva si degusta la pecora al forno, realizzata con una lunga cottura di almeno sei ore secondo i dettami dell’antica tradizione messinese. Su prenotazione il ristorante è aperto sia a pranzo che a cena, con orari flessibili in base alle richieste pervenute.

Escursione Mountain Bike Peloritanii 6

PER FINIRE… TRA CIME E BOSCHI MAGICI

Rinfrancati, si prosegue verso la terza cima per altezza dei Peloritani, Pizzo di Vernà (1.287m s.l.m.), con un paesaggio dalla vegetazione intatta: piante di erica arborea, farnie e pioppi lungo i torrenti. Dalla vetta di Vernà nasce, inoltre, il torrente Mela, che rappresenta un importante sito per la presenza della Woodwardiaradicans, una rarissima felce.

Il percorso volge al termine presso Portella Mandrazzi attraversando una delle aree più suggestive del tracciato, i cui boschi lussureggianti insieme agli scorci panoramici rimarranno un ricordo indelebile di questo magico percorso.


Se siete degli appassionati di viaggi in bicicletta o se vi state approcciando da poco a questa fantastica forma di turismo attivo vi consigliamo di correre in edicola per la vostra copia di Viaggiare in Bicicletta con Gusto Sano per scoprire luoghi da visitare in tutta Italia!

Noi vi aspettiamo con i nostri itinerari “bestseller” di Trekking e Biking – hai già provato il nostro circuito “Trekking dei Vulcani Attivi di Sicilia” in cui visitiamo l’Etna, Vulcano e Stromboli?, nonché con tante fantastiche novità e progetti che stiamo studiando per farvi vivere la Sicilia in un modo tutto nuovo!

Stay tuned!

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Un’imponente catena montuosa dal paesaggio solitario ed affascinante:

siamo nell’estremità nord-orientale della Sicilia dove la dorsale peloritana, prima di incontrare i Nebrodi presso Rocca Novara e Montagna Grande, si innalza come naturale prosecuzione dell’appennino calabro, con il quale ha in comune la composizione geologica nonché le caratteristiche fiumare, brevi corsi d’acqua impetuosi in inverno e asciutti d’estate, dal letto ampio e ciottoloso.

Secondo la leggenda i Peloritani prendono il nome da Peloro, che fu nocchiere della nave del celebre condottiero cartaginese Annibale. Quando il generale africano fu condotto nello Stretto di Messina credette di trovarsi in un golfo senza sbocco, poichè le coste siciliane e calabresi erano così vicine da sembrare ai suoi occhi un unico lembo di terra. Ritenendo, dunque, di essere stato ingannato, decise di far uccidere Peloro, ma resosi quasi subito conto dell’errore, si impegnò a far erigere un’enorme statua in suo ricordo sulla punta nord-orientale della Sicilia, che da allora venne chiamata Capo Peloro. Il mito viene narrato da diversi autori, tra cui Valerio Massimo, che scrive “da un’altura di quello stretto tempestoso si offre agli occhi di chi lo attraversa nei due sensi una statua, posta a testimonianza e ricordo tanto di Peloro, quanto della temerarietà punica”. Tuttavia, già nel VI sec. a.C., trecento anni prima, veniva praticato il culto della ninfa Pelorias, che avrebbe abitato le paludi della zona, e che fu rappresentata nelle monete dell’epoca.
Più realisticamente, Peloritano deriverebbe da un termine greco con il significato di “smisurato, gigantesco”, così come dovettero apparire questi monti all’arrivo dei Greci in Sicilia nell’VIII sec. a.C.


E lungo questa dorsale ricca di leggende si incontra uno dei percorsi di mountain bike più entusiasmanti in Sicilia, la strada provinciale 50 bis, un insolito ed affascinante itinerario di 70 km che si sviluppa tra Portella San Rizzo e Portella Mandrazzi, attraversando una natura incontaminata e maestosa, paesaggi mozzafiato che si aprono ora sul versante tirrenico ora su quello ionico e testimonianze storico-religiose che rimandano a tempi remoti.
Il percorso ha infatti una grande rilevanza storica, trovandosi nelle vicinanze del Monte Scuderi, dove sorgono i ruderi dell’antica città bizantina di Mikos. Inoltre, l’attuale sp 50 bis, fin dall’epoca romana era una strada militare, importantissima via di collegamento che congiungeva i due valichi di Portella San Rizzo e Mandrazzi. Anche in epoca medievale e nei periodi successivi venne percorsa non solo per scopi militari, ma anche commerciali e strategici, rappresentando il percorso naturale più breve per gli abitanti dei comuni dell’entroterra per recarsi nelle zone costiere. Durante il Regno d’Italia l’accesso fu poi autorizzato ai soli militari per raggiungere gli avamposti difensivi dello Stretto di Messina e della Piana di Milazzo: i Forti Umbertini e le Batterie.
L’itinerario, che si snoda prevalentemente su fondo sterrato e in alcuni tratti su pietraie, è impegnativo e richiede esperienza in mtb, ma la fatica verrà ricompensata dalla straordinaria bellezza di un paesaggio ricco di boschi, canyon, gole scavate dai corsi d’acqua, piccole cascate e, non certo meno importanti, luoghi dove concedersi piacevoli soste golose.
A tal proposito, in prossimità della partenza da Portella San Rizzo, troviamo subito “Don Minico”, lo storico locale nato dall’intuizione di Don Minico negli anni 50, oggi gestito dai suoi figli e nipoti che ne hanno ampliato l’attività creando un’azienda agricola e vitivinicola. La specialità è il celebre “panino alla disgraziata”, una ruota di pane di farina di frumento farcita con prodotti rigorosamente locali: verdure sott’olio, formaggio semi-stagionato prodotto nei peloritani e salame del territorio a grana media. Ci si accomoda all’esterno sulle panche in legno, assaporando il succulento panino mentre si contemplano meravigliosi squarci di mare tra la vegetazione circostante. Un ristoro per il fisico e per la mente.
L’ambientazione della “Casa di Cura” di Don Minico, così come il figlio ha ribattezzato la creazione del padre, è originale ed accogliente e vale di per sé una visita, con i cartelloni e gli slogan che esaltano le magiche virtù del panino alla disgraziata, non un semplice pezzo di pane farcito, ma un alimento dal potere “salvifico”, in grado di curare qualsiasi malanno con la sua bontà. Oggi i giudizi degli avventori si dividono tra i fan di vecchia data, che ritengono il panino non all’altezza di quello di una volta e, dall’altro lato, gli estimatori attuali, certi che la qualità e il gusto siano ancora gli stessi di un tempo. Comunque la si pensi, Don Minico è e rimane un’istituzione oltre ad essere, dal punto di vista logistico, situato nel punto ideale per far scorta di cibo in previsione della lunga tappa che ci aspetta.
Il percorso da Portella San Rizzo parte subito con una salita impegnativa in mezzo a un verdissimo bosco di pini, castagni, lecci e roverelle che giunge sino al Santuario della Madonna di Dinnammare, posto a 1.130m s.l.m., il cui nome deriverebbe dal latino “bimaris”, ad indicare proprio la vista spettacolare che da questo luogo si apre sui due mari, Tirreno e Ionio. Siamo infatti nella parte più alta di Capo Peloro, in una magnifica posizione che sovrasta le Eolie, la baia di Milazzo, Tindari, lo Stretto e Scilla. Il Santuario, spesso avvolto da una foschia che contribuisce ad aumentarne l’aura di mistero, si erge sulla cima dell’omonimo Monte e rappresenta uno straordinario crocevia che attira un crogiolo di visitatori: non solo ciclisti impegnati nel percorso della dorsale peloritana che dopo l’ardua salita prendono qui fiato respirando l’immensità dei suoi panorami, ma anche gruppi di biker in sella alla propria moto, fedeli in pellegrinaggio, escursionisti che si inoltrano nei sentieri all’interno dei Peloritani, birdwatcher intenti ad osservare la migrazione dei rapaci sopra lo Stretto in primavera e autunno ed infine semplici gitanti a caccia di vedute da immortalare con uno scatto fotografico. Un luogo evocativo ed emblematico che unisce spiritualità ad un contesto naturalistico e paesaggistico d’eccezione.

Trekking peloritani
Dopo il santuario l’itinerario procede per 40 km tra salite e discese che disvelano suggestivi panorami sull’Etna, sulle Eolie e, tra Pizzo Bottino e Pizzo Cavallo, sui tratti costieri. Si passa dal rifugio Casa degli Alpini (859 m s.l.m.), immerso nella bellissima Riserva di Fiumedinisi, unica area protetta attraversata dalla dorsale. Qui il paesaggio è caratterizzato da bellissimi esemplari di castagni, aceri montani, agrifogli e allori e dalla Fiumara di Fiumedinisi. Non lontano dal rifugio, accanto a una sorgiva, si apre una superba vista sul versante nord dell’Etna. Si prosegue percorrendo la Santissima, una discesa di 7 km che poco prima di terminare nel borgo di Fiumedinisi vanta un ottimo punto di ristoro a conduzione familiare in uno splendido tratto di natura selvaggia ed incontaminata: “Rusti e Mancia Cannetti”. Incastonato in una verdissima vallata stretta e profonda, l’agriturismo, situato sul ciglio della strada, con la sua struttura spartana in legno che ricorda una baita di montagna si integra perfettamente nell’ambiente circostante. Ad accompagnare il ghiotto pranzo lo sciabordio delle piccole cascate di acqua dolce che formano delle pozze sul letto del fiume di Nisi, appena sotto l’agriturismo. Qui tutto è fatto in casa: dalla pasta realizzata dalle sapienti mani della signora Carmela, nelle due varianti “alla norma”, con pomodoro, tocchetti di melanzane fritte e un’abbondante spolverata di ricotta infornata e “con il sugo di maiale” (quest’ultima merita una menzione speciale), alla carne – salsiccia, braciole messinesi e spezzatino di vitello – cotta dal marito Giovanni. Ad accogliere gli avventori la gentilezza di Santina, che con il fratello aiuta nella gestione del locale. La formula è quella del menù fisso: come preludio ai piatti “forti” descritti sopra viene servito un buon antipasto misto che racchiude le specialità del territorio, dai formaggi e i salumi ai pomodorini secchi e le olive, insieme a squisite polpettine di carne, alle verdure e alla ricotta in pastella, mentre delle deliziose frittelle di ricotta chiudono il pranzo. Nella stagione estiva si degusta la pecora al forno, realizzata con una lunga cottura di almeno sei ore secondo i dettami dell’antica tradizione messinese. Su prenotazione il ristorante è aperto sia a pranzo che a cena, con orari flessibili in base alle richieste pervenute.
Rinfrancati, si prosegue verso la terza cima per altezza dei Peloritani, Pizzo di Vernà (1.287m s.l.m.), con un paesaggio dalla vegetazione intatta: piante di erica arborea, farnie e pioppi lungo i torrenti. Dalla vetta di Vernà nasce, inoltre, il torrente Mela, che rappresenta un importante sito per la presenza della Woodwardiaradicans, una rarissima felce.
Il percorso volge al termine presso Portella Mandrazzi attraversando una delle aree più suggestive del tracciato, i cui boschi lussureggianti insieme agli scorci panoramici rimarranno un ricordo indelebile di questo magico percorso.

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Un reportage del nostro amico Alessandro Braghò in occasione delle prove generali di due nuovi pacchetti in mountain bike con i nostri amici francesi tra i rigogliosi Peloritani e la maestosità dell’Etna.

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